La ‘rivoluzione culturale’ del pensiero urbanistico
Per dare efficienza al governo del territorio regionale occorrerebbe una nuova legge urbanistica e una riorganizzazione burocratica ma tali interventi non possono essere affrontati soltanto sul piano della gestione amministrativa e presuppongono una autentica rivoluzione culturale del “pensiero” urbanistico e dell’establishment che attualmente lo elabora e lo impone.
Per quasi quarant’anni la disciplina urbanistica e la pianificazione del territorio piemontese sono state esclusivo appannaggio di professori universitari, funzionari regionali ed esponenti di associazioni ambientaliste, tutti portatori di dogmatiche teorie da contrapporre con disprezzo alle proposte concrete e quasi sempre ragionevoli di sindaci, imprenditori e professionisti. Neppure nel decennio (1995-2005) di governo del centrodestra è stato possibile arginare i condizionamenti culturali e decisionali esercitati da questa intellighenzia: tutti i disegni di legge più libertari promossi dalla maggioranza sono stati oggetto di campagne denigratorie e demagogiche e sono giunti all’approvazione ormai sterilizzati da qualsiasi fermento innovativo.
Bisogna quindi prima di tutto ridimensionare alle giuste proporzioni l’egemonia degli attuali “maestri di vita” contemperandola con l’indispensabile e benefico contributo di persone che hanno maturato nel campo dell’Amministrazione, dell’Impresa e della Professione un rapporto concreto e consapevole con il territorio, imparando a conoscerne l’essenza più profonda, che non è fatta solo di assunti filosofici, ma di tante, complesse realtà, esigenze e opportunità.
La concertazione tra Amministrazione pubblica e attuatori privati, ovviamente condotta secondo la massima trasparenza e competitività, deve diventare la regola per un governo del territorio equo e condiviso, finalizzato a rendere più vivibili, efficienti, attrattive e ricche le nostre città e la nostra Regione.
Nell’arco del loro mandato i sindaci non possono stare ad aspettare inermi l’approvazione del Piano Regolatore, ma devono potersi rimboccare subito le maniche per progettare e attuare il loro programma di lavoro, facendo sì che la pianificazione urbanistica assolva pienamente al suo ruolo propulsivo dello sviluppo, si traduca in realizzazioni concrete e non rimanga un “libro dei sogni”, ma soprattutto sia in grado di conseguire l’interesse pubblico attraverso un’efficiente promozione e regolamentazione dell’iniziativa privata, piuttosto che deprimere l’uno e l’altra sotto il gravame di vincoli immutabili e fini a se stessi: dopo cinque anni saranno comunque i cittadini a giudicare, e il voto della Signora Maria conterà come quello del professore, del funzionario e del militante ambientalista.
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