Economia e Fisco in Italia: primo obiettivo, sconfiggere la burocrazia

La riforma del sistema fiscale italiano rappresenta il primo passo verso un sistema economico più sano, ove poter sviluppare nuove idee imprenditoriali e poter ripartire con nuove imprese. Il fisco italiano, arcaico, farraginoso e complesso, blocca sul nascere ogni idea, è difficile da adempiere ed è sempre pronto a sanzionare ogni minima inadeguatezza, sia per le famiglie che per i commercianti. Se il nostro obiettivo è quello di rimettere in moto il sistema economico italiano, basato sul lavoro e sulle PMI, è necessario sconfiggere l’inadeguato sistema burocratico italiano, uno dei principali motivi di blocco della crescita. Snellire la burocrazia vuol dire introdurre un nuovo sistema fiscale meno opprimente e più a “misura di famiglia”: un codice fiscale familiare, consentirebbe di considerare ogni famiglia italiana come un singolo soggetto fiscale, al quale deve essere concesso di poter detrarre ogni tipo di costo per il proprio benessere, dall’istruzione, alla palestra, fino alle vacanze. Fare in modo che le tasche degli italiani restino più piene dopo aver pagato le tasse non significa necessariamente ridurre il gettito fiscale: serve invece a dare la possibilità di rimettere in circolo liquidità per consentire la ripresa delle PMI, storicamente motore dell’imprenditoria italiana. Le imprese devono sentirsi libere di poter operare senza l’incubo di vessazioni e minacce da fisco ed autorità, di lavorare con estrema libertà, pagando le tasse in maniera chiara e semplice. I moderni sistemi informatici consentirebbero di creare aziende e pagare le imposte direttamente online, senza dover fare una fila, pagare bolli o spese secondarie, attendere firme di funzionari. A Bruxelles, se una persona vuole aprire un bar, affitta il locale ed acquista una macchina del caffè, iniziando subito a lavorare ed ottenere i primi introiti. Dopo qualche giorno, i tecnici comunali eseguono un sopralluogo per verificare se la normativa è stata rispettata o ci sono degli elementi ancora da sistemare. Perché tutto ciò non deve essere reso possibile anche in Italia? Questo ed altro fa parte del mio programma politico.

Attentato a Barcellona, la guerra sarà lunga. Ma vinceremo noi contro il terrorismo Islamico!

L’attentato a Barcellona ha causato ben 100 feriti e 14 morti. Un bilancio drammatico, che dimostra ancora una volta come i nostri valori, e la nostra cultura, tramandati da secoli in tutto il mondo occidentale, siano davvero a rischio. Le bestie sono ormai sempre pronte a colpirci, nelle nostre città, durante i momenti di festa, solo per togliere il sorriso ai nostri bambini: dobbiamo purtroppo comprendere che sarà sempre così, ancora per molto tempo. Gli italiani morti sono due, Bruno Gulotta e Luca Russo, travolti dal furgone utilizzato per l’attacco sulla Rambla. L’autista, un uomo bianco presumibilmente con la camicia a righe, è scappato a piedi e, per il momento, risulta essere ancora in fuga: speriamo possa essere presto assicurato alla giustizia. A quello di Barcellona, un secondo attentato nella notte a Cambris, nella provincia catalana di Tarragona, ha evidenziato ancor di più le criticità di un vile attacco premeditato da piccole cellule terroristiche, pronte a colpire in luoghi affollati, senza fare alcuna distinzione tra donne, bambini o anziani. Fortunatamente, il bilancio di Cambris è meno pesante di quello di Barcellona, grazie al pronto intervento della polizia locale. Per chi ancora non avesse compreso stiamo vivendo in un vero e proprio scenario di guerra, da combattere contro coloro che ci odiano con tutte le loro forze. Odiano il nostro modo di vivere, il nostro pensiero democratico, le idee che facciamo circolare liberamente. Siamo in guerra, non dobbiamo mai dimenticarlo. E la guerra la vivremo sicuramente per diversi lunghi anni. Dobbiamo però avere la forza di difendere i nostri ideali ed i nostri valori. Dobbiamo farlo, per proteggere il sorriso di ogni bambino che continua a vedere scene di morte in televisione, che vede la gioia diventare improvvisamente dolore. Dobbiamo chiamare questi attentati con il loro nome, definendo con coraggio la matrice Islamica, che portatrice di odio contro tutti noi. La nuova guerra contro l’ISIS ed il terrorismo islamico in genere, iniziata ormai da qualche anno, deve essere combattute con la forza e l’impegno delle istituzioni, che devono essere sempre efficienti ed in grado di poter agire con i dovuti poteri; ma sarà determinante anche il contributo del singolo cittadino, che non dovrà mai mancare nel supportare chi lavora per la sicurezza. Solo così potremo vincere, e il mondo occidentale ed i suoi valori democratici, per cui abbiamo combattuto, potranno continuare a sopravvivere.
Israele e la Risoluzione dell'UNESCO su Hebron

Israele e la Risoluzione dell’UNESCO su Hebron

Nessun politico italiano ha commentato ciò che accade in Israele è la risoluzione dell’Unesco su Hebron.  La scelta dell’Unesco di proclamare con una risoluzione votata venerdì a Cracovia come “siti palestinesi” del Patrimonio Mondiale e “in pericolo”, la Città Vecchia di Hebron e la Tomba dei Patriarchi. Peccato che io ci sia stato il giorno prima e che abbia potuto visitare il secondo luogo sacro dell’ebraismo con il rispetto che ciascun cristiano è solito portare alle religioni altrui. Ho potuto studiare – sempre sul posto – il legame tra la città e l’ebraismo e, soprattutto, osservare quei luoghi.  E, proprio da osservatore, pongo tre questioni: – Ero a Hebron in Giudea, in una terra che da millenni non ha cambiato mai nome e il cui significato appare piuttosto chiaro e poco riconducibile a culture diverse da quella ebraica. – Il sito religioso è la Tomba dei Patriarchi, ovvero: Abramo, Sarah, Isacco, Giacobbe e Leah, tutti nomi biblici piuttosto difficili da confondere con Maometto, Allah, Mustafa, Abdul e qualche altro nome di origine islamica. – Il luogo dove si trovano le tombe fu comprato dallo stesso Abramo per seppellirvi la moglie. Si tratta quindi di una sorta di “tomba di famiglia” risalente a un migliaio di anni prima della nascita di Maometto. Ciò che dico è documentato, e non il frutto di una posizione propagandistica. Alla luce di quanto ho visto personalmente mi chiedo se sia la vera missione dell’Unesco quella di attribuire “paternità politiche” discutibili e di grande impatto geopolitico, piuttosto che occuparsi della salvaguardia dei grandi siti storici gravemente compromessi dalle devastanti politiche di distruzione avviate da governi dittatoriali arabi contigui al terrorismo internazionale. La politica estera la si impara “sul posto”: quanti tra ministri e ambasciatori possono dire di aver visto come stanno le cose a Hebron dove io ho passato un’intera giornata non certamente turistica? Sono sicuro della risposta, pochi, spesso le questioni si preferisce non affrontarle nella maniera semplice in cui si presentano.

Le Ong, scafisti e morti in mare

Le ONG rendano pubblici i loro bilanci e vengano specificatamente autorizzate da autorità di pubblica sicurezza internazionale per lo svolgimento di qualunque attività umanitaria in acque internazionali. Sono queste le basi per garantire la piena trasparenze e sicurezza del loro operato. Pochi giorni fa diverse imbarcazioni di Msf, Openarms, Jigendrettet e Sea WatchGuardia sono state intimate a lasciare le acque territoriali libiche dalla Guardia Costiera locale. A detta dell’ammiraglio Ayob Amr Ghasem, le navi delle ONG avrebbero intrattenuto comunicazioni wireless tra di loro almeno mezz’ora prima dell’individuazione dei barconi. A detta delle autorità libiche, la presenza delle ONG a ridosso (e spesso all’interno) delle acque territoriali libiche rende più arroganti e spericolati i trafficanti di uomini, dando loro la certezza di dover percorrere solo poche centinaia di metri in mare prima di consegnare il loro carico di vite alle ONG e tornare indietro per un nuovo carico. Il pm di Catania, Carmelo Zuccaro, che ha parlato dell’esistenza di contatti tra ONG e scafisti, è già finito sotto processo della sinistra, che vuole in tutti i modi negare ciò che appare evidente: questa situazione sta favorendo gli affari dei trafficanti e causando un enorme numero di morti in mare. Si alza dunque di nuovo il polverone che da qualche mese copre di ombre l’operato delle organizzazioni umanitarie: i dubbi sui loro finanziamenti sospetti, il più delle volte non dichiarati e non trasparenti; l’ipotesi che dietro i propositi lodevoli si nasconda anche la volontà di far pressione sulle istituzioni europee per costringerle ad aprire canali legali di immigrazione; e poi ancora l’accusa del pm di Catania, Carmelo Zuccaro, che ha detto di avere le prove dell’esistenza di contatti tra membri delle Ong e scafisti. Infine i dati, che dimostrano come l’attività di salvataggio non solo abbia favorito gli affari dei trafficanti di uomini, ma di fatto ha aumentato il numero di morti in mare. Provocando quel cortocircuito in cui le Onlus sembrano essersi ormai sostituite agli scafisti.

I Jihadisti colpiscono ancora i cristiani copti in Egitto

Sempre più spesso come oggi, ci troviamo costretti a un impietosa conta delle vittime cristiane del terrorismo islamico. Ad essere colpiti, ancora una volta, sono i copti d’Egitto. Una gita in pullman a circa 250 km dal Cairo si è trasformata in un vero e proprio incubo per un gruppo di Cristiani copti. Un commando di jihadisti ha fatto irruzione sul mezzo, forzandoli alla conversione. Di fronte al loro rifiuto, gli islamisti hanno aperto il fuoco con gli ak-47, massacrando 35 persone e ferendone diverse decine. Al-Sisi è riuscito a liberare il popolo egiziano dal giogo dell’islamista Mohammed Morsi, ma questo ha provocato una recrudescenza del fondamentalismo, che si è visto defraudato del potere appena ottenuto. Sorprende il sostanziale disinteresse dei media italiani per un evento così grave, proprio in un momento storico in cui sarebbe necessario un approfondimento sulla situazione dei cristiani in Medio Oriente.

Erdogan spazza via Ataturk

All’islamico estremista Erdogan, che ha fatto strage di Curdi e che finanzia Daesh e Isis comprando loro il petrolio, abbiamo pagato pure la campagna referendaria con i 10 miliardi della UE e lo teniamo come alleato nella NATO. Un atteggiamento, quello dell’Europa nei confronti di quello che molti chiamano “il Sultano” è davvero incomprensibile. Erdogan ha represso completamente ogni tipo di opposizione e, a partire dal fallito golpe (sul quale non conosciamo ancora tutta la verità), ha fatto arrestare decine di migliaia di professori, politici e giornalisti, riducendo al silenzio l’altra metà della Turchia. Buona parte del popolo turco infatti si rispecchia negli ideali laici di Ataturk, che l’ ondata islamista sta cercando di sovvertire in preda al fondamentalismo religioso e al sogno di una nuova grandeur ottomana. Adesso che Erdogan ha vinto di misura il contestato e discutibile referendum costituzionale con quasi tutti i suoi oppositori in galera, quale sarà la reazione dei Governi europei e quella ufficiale dell’UE? Gli daremo anche il Nobel per la Pace??

Aleppo: Sta Perdendo l’Umanità

Conoscere la politica internazionale a volte significa piangere! Le ore passate ad Aleppo e la lunga riunione con il governatore Hussein Dijab mi hanno fatto pensare molto. Cosa possiamo dire a quei bambini che vedono la loro città distrutta, che piangono i loro morti, che applaudono i soldati dell’esercito russo e di quello Siriano, che ritornano a scuola solo da poche settimane? L’impegno militare russo in Siria è stato determinante per liberare Aleppo e Palmira. La lotta al terrorismo islamico (ISIS, DAESH) è una vera e propria guerra…solo sul posto me ne sto rendendo conto. Il trasferimento alla base militare più vicina ad Aleppo e la riunione di due ore con il generale Viktor Kupchishin comandante delle operazioni militari su tutta la Siria sono state molto istruttive sopratutto i dettagli sulle missioni di peace-keeeping e di disarmo dei ribelli. Toccante la cerimonia di commemorazione delle perdite umane durante le operazioni di guerra… Fare politica estera significa prima di tutto informarsi! Forse ONU, UE, OSCE ecc. sono enti inutili costituiti da quegli Stati che per anni hanno ignorato cosa covava sotto la cenere alimentando per interessi geopolitici rivolte e distruzioni? Per una città appena liberata dove le armi sono brandite come fossero telefoni cellulari possiamo davvero dire poco …ma è doveroso riprendere quel dialogo internazionale che avrebbe dovuto impedire tutto questo!

Alla scoperta del Kazakistan e dei suoi progetti

Astana è la capitale del Kazakistan da meno di vent’anni, ma in questo periodo ha fatto progressi strabilianti in tutti i settori. Dalle nuove tecnologie all’edilizia, dalla cultura alle energie rinnovabili, sembra che per i kazaki non ci sia più nulla di impossibile. Qui i cantieri sono al lavoro giorno e notte per completare l’area dell’Expo 2017, che avrà ad oggetto le “Energie del Futuro. Sebbene manchino ancora due anni, è possibile avere una piccola anteprima delle capacità kazake proprio in questi giorni, visitando il loro padiglione presso l’Expo di Milano. Astana è città curiosa e vitale, dove Oriente e Occidente si fondono in un modo peculiare. Insomma, il posto giusto per parlare di Eurasia e di nuovi mercati per le imprese italiane.

Russia, Occidente e Crisi Ucrania. La verità che i media occidentali non vi dicono.

In questi giorni, i Media stanno dando una visione distorta e parziale della Crisi Ucraina. Per questo motivo oggi parteciperò all’incontro di stasera, “Russia, Occidente e Crisi Ucrania. La verità che i media occidentali non vi dicono”, che si terrà nell’Aula del 400 dell’Università degli Studi di Pavia alle ore 20.30. Interverranno anche lo scrittore Nicolai Lilin, l’analista geopolitico Eliseo Bertolaso e Claudio d’Amico, ex parlamentare e membro OSCE. Nel corso dell’incontro, sarà inoltre proiettato un fotoreportage dal Donbass e ascolteremo i testimoni oculari della strage di Odessa del 2 Maggio 2014. Spero di vedervi numerosi, perché la serata si prevede molto interessante e ricca di contenuti lontani dalla comunicazione mainstream.

Settant’anni dalla Conferenza di Yalta

Giornata eccezionale al Palazzo di Livadija di Yalta, in Crimea, dove abbiamo inaugurato il monumento commemorativo della Conferenza di Yalta, che ebbe luogo proprio qui tra il 4 e l’11 Febbraio 1945. Settant’anni fa, a pochi metri da dove mi trovo in questo momento e solo un paio di mesi prima della fine della Seconda Guerra Mondiale, Churchill, Roosvelt (che morirà poche settimane dopo) e Stalin si incontrarono per decidere l’assetto dei paesi europei nel dopoguerra e per accordarsi sulle rispettive zone di influenza in Germania. E’ emozionante osservare i luoghi in cui è stata scritta la storia del nostro continente, ed è un vero onore, dal punto di vista politico e personale, essere stato invitato a partecipare.