Attentato a Barcellona, la guerra sarà lunga. Ma vinceremo noi contro il terrorismo Islamico!

L’attentato a Barcellona ha causato ben 100 feriti e 14 morti. Un bilancio drammatico, che dimostra ancora una volta come i nostri valori, e la nostra cultura, tramandati da secoli in tutto il mondo occidentale, siano davvero a rischio. Le bestie sono ormai sempre pronte a colpirci, nelle nostre città, durante i momenti di festa, solo per togliere il sorriso ai nostri bambini: dobbiamo purtroppo comprendere che sarà sempre così, ancora per molto tempo. Gli italiani morti sono due, Bruno Gulotta e Luca Russo, travolti dal furgone utilizzato per l’attacco sulla Rambla. L’autista, un uomo bianco presumibilmente con la camicia a righe, è scappato a piedi e, per il momento, risulta essere ancora in fuga: speriamo possa essere presto assicurato alla giustizia. A quello di Barcellona, un secondo attentato nella notte a Cambris, nella provincia catalana di Tarragona, ha evidenziato ancor di più le criticità di un vile attacco premeditato da piccole cellule terroristiche, pronte a colpire in luoghi affollati, senza fare alcuna distinzione tra donne, bambini o anziani. Fortunatamente, il bilancio di Cambris è meno pesante di quello di Barcellona, grazie al pronto intervento della polizia locale. Per chi ancora non avesse compreso stiamo vivendo in un vero e proprio scenario di guerra, da combattere contro coloro che ci odiano con tutte le loro forze. Odiano il nostro modo di vivere, il nostro pensiero democratico, le idee che facciamo circolare liberamente. Siamo in guerra, non dobbiamo mai dimenticarlo. E la guerra la vivremo sicuramente per diversi lunghi anni. Dobbiamo però avere la forza di difendere i nostri ideali ed i nostri valori. Dobbiamo farlo, per proteggere il sorriso di ogni bambino che continua a vedere scene di morte in televisione, che vede la gioia diventare improvvisamente dolore. Dobbiamo chiamare questi attentati con il loro nome, definendo con coraggio la matrice Islamica, che portatrice di odio contro tutti noi. La nuova guerra contro l’ISIS ed il terrorismo islamico in genere, iniziata ormai da qualche anno, deve essere combattute con la forza e l’impegno delle istituzioni, che devono essere sempre efficienti ed in grado di poter agire con i dovuti poteri; ma sarà determinante anche il contributo del singolo cittadino, che non dovrà mai mancare nel supportare chi lavora per la sicurezza. Solo così potremo vincere, e il mondo occidentale ed i suoi valori democratici, per cui abbiamo combattuto, potranno continuare a sopravvivere.

Fiuggi, i migranti uccidono il turismo

C’era una volta la tranquilla cittadina di Fiuggi, ove i 10mila residenti e gli esercenti del luogo hanno saputo sviluppare il settore turistico fino a renderlo uno delle più importanti risorse locali. Le terme, conosciute e rinomate in tutto il mondo, sono affiancate da boschi affascinanti e dal lago di Canterno, che dista soltanto pochi chilometri. Nella regione Lazio, Fiuggi è seconda solo a Roma per numero di strutture ricettive presenti sul territorio. Con la crescita del turismo, poi, hanno saputo svilupparsi anche il piccolo artigianato, la produzione della ceramica, la ristorazione di prodotti tipici. Nell’ultimo anno, tuttavia, il settore sta iniziando a precipitare: dopo gli anni della crisi economica che, dal 2008, hanno ridotto il numero di presenze in tutta la Ciociaria e il turismo termale, è sorto il recente problema dell’immigrazione di extracomunitari, ospitati in alcune strutture della zona. Dati alla mano, come hanno di recente evidenziato Il Giornale ed altre testate giornalistiche, l’afflusso di migranti ha ridotto l’afflusso turistico. Il malcontento di albergatori, residenti e villeggianti è evidente: l’associazione Federalberghi Fiuggi ha protestato contro il numero eccessivo di migranti ospitati, fuori dai parametri previsti per legge di 2,5 extracomunitari per ogni 1.000 abitanti ed ha chiesto, comunque in maniera pacata, la possibile ridistribuzione. Proprio a Fiuggi, lo scorso mese di Luglio, una donna è stata costretta ad abbandonare la casa di proprietà perché il condominio è stato utilizzato, in maniera improvvisa, per ospitare oltre cinquanta migranti, tutti di sesso maschile! Il problema di ordine pubblico è evidente: senegalesi, nigeriani e gambiani ed altri extracomunitari vengono lasciati alla deriva, a passeggiare tra piazze e parchi (spesso chiedendo l’elemosina) senza essere coinvolti in nessuna iniziativa sociale, alcun corso di italiano, alcun progetto di inserimento. Oltre a Fiuggi, il medesimo dramma è vissuto anche a Salsomaggiore, una volta conosciuta per essere la città delle terme e di Miss Italia, e da altri piccoli centri turistici sparsi sull’intero territorio, soffocati dall’incuria di chi ci governa, e trasformati in città dormitorio prive di regole.

Le vergognose dichiarazioni sul Disastro di Marcinelle: #stopinvasione

Durante la ricorrenza dell’anniversario del Disastro di Marcinelle, un incendio in una miniera in Belgio che costò la vita a 262 minatori, tra i quali ben 136 italiani. L’occasione di una sentita commemorazione si è però trasformata ben presto in sdegno quando la strage del 1956 è stata utilizzata impropriamente, nelle parole della Boldrini e di altre cariche dello Stato, come metro di paragone con l’attuale fenomeno dell’immigrazione. La polemica viene alimentata su Twitter dal Presidente della Camera Laura Boldrini:” L’Anniversario tragedia Marcinelle ci ricorda quando i migranti eravamo noi. Oggi più che mai è nostro dovere non dimenticare” Dure le parole anche del Capo dello Stato Sergio Mattarella: Generazioni di italiani hanno vissuto la gravosa esperienza dell’emigrazione, hanno sofferto per la separazione dalle famiglie d’origine e affrontato condizioni di lavoro non facili, alla ricerca di una piena integrazione nella società di accoglienza – ha detto in un passaggio – È un motivo di riflessione verso coloro che oggi cercano anche in Italia opportunità che noi trovammo in altri Paesi e che sollecita attenzione e strategie coerenti da parte dell’Unione Europea“. Anche il Ministro degli Esteri Angelino Alfano ha voluto, esprimere lo stesso pensiero: La tragedia di Marcinelle ci dà ancora oggi la forza di lavorare per un’Europa più coesa e solidale, come l’avevano immaginata i padri fondatori – scrive Alfano in un passaggio – Un’Europa che trae origine e sostanza dal genuino spirito di fratellanza fra i suoi popoli. Un’Europa che sappia fornire una risposta condivisa, unitaria e partecipe alle grandi emergenze dei nostri giorni. Mi riferisco in particolare al flusso continuo di migranti disperati che oggi, come allora, cadono troppo spesso vittime“.   Parole decisamente forti, e sostanzialmente fuori luogo: improponibile paragonare l’emigrazione italiana con la fuga di migranti dal nord Africa.   Gli Italiani sono un popolo che ha saputo soffrire, che si è rimboccato le maniche emigrando per lavorare nei posti ove c’era tale possibilità. Gli Italiani lavoravano in condizioni proibitive e vivevano in condizioni disperate, senza alcun diritto, semplicemente per portare qualche soldo in tasca alle proprie famiglie.  L’attuale fenomeno degli immigrati richiedenti asilo ha saputo solo riempire strutture alberghiere di persone che ora sono in giro a gironzolare senza meta, chiedendo elemosina solo per passare il tempo, creando problemi di ordine pubblico al cittadino. I nostri concittadini chiedevano lavoro e pane, non cellulari, alberghi comodi e connessioni ad internet. Nessun italiano è stato mai mantenuto all’estero come i profughi degli ultimi anni.   Con dichiarazioni del genere, si infanga la memoria di tanti eroi nostrani che hanno contribuito, con il loro sacrificio, a creare un’Italia migliore.

La Ferrari perde i diritti sul nome “Testarossa”, con una scandalosa sentenza!

Nonostante non sia più prodotta da oltre vent’anni, la prima cosa che viene in mente ascoltando la parola Testarossa è la storica berlinetta Ferrari, da 390 cavalli, uno dei modelli più ricercati ed amati dal grande pubblico anche per essere stata utilizzata nella celebre serie televisiva Miami Vice.   Tuttavia, una ridicola sentenza del Tribunale tedesco di Düsseldorf potrebbe cambiare le cose, e Testarossa potrebbe invece diventare presto… una nuova bicicletta elettrica tedesca. Il Tribunale di Düsseldorf, considerato uno dei più autorevoli in tema di diritti commerciali, ha infatti dato ragione a Kurt Hesse e alla Autec AG, produttrice di modellini di auto Testarossa, contro la casa automobilistica di Maranello.   L’impresa di giocattoli tedesca aveva infatti depositato il marchio Testarossa e la Ferrari era giustamente ricorsa in giudizio: la Ferrari Testarossa è stata prodotta tra il 1984 e il 1996, diventando uno dei modelli più popolari. Tuttavia, non è bastato a tutelare il marchio, e l’imprenditore tedesco, che ha chiesto la rimozione del marchio Testarossa dalla casa automobilistica, ha avuto ragione dalle autorità.   Il problema reale è stato nell’effettivo utilizzo del marchio: per poter tutelare un brand, spiega un portavoce del Tribunale distrettuale di Düsseldorf, bisogna continuare ad utilizzarlo. Non basta, dunque, aver scritto, sotto il marchio Testarossa, una delle pagine più importanti della storia dell’automobile!   È una sentenza pesantissima, che deve dunque accendere un campanello di allarme tra tutti i possessori di brand famosi, che non utilizzano con costanza il proprio marchio; ed ha sicuramente una connotazione dai contorni politici: un tribunale tedesco, che emette una sentenza in favore di un’azienda tedesca, e non considera l’importanza di un nome che, storicamente, è associato al cavallino rampante.   La Ferrari sta ricorrendo in appello, ma intanto la Autec AG non verserà più royalties alla casa italiana, ed è pronta ad utilizzare il brand Testarossa nella produzione di rasoi e biciclette elettriche. È l’ennesima dimostrazione di come il Made in Italy, conosciuto ed apprezzato in tutto il mondo, venga costantemente copiato ed attaccato da tutto il mondo e si cerchi, a causa di forti gelosie, di contrastarlo in ogni modo.

Alle stelle la pressione fiscale: 48,8% secondo la Cgia di Mestre

Una vera e propria mazzata per famiglie, imprenditori e lavoratori la pressione fiscale 2017 in Italia: secondo i dati calcolati dall’Ufficio Studi della Cgia di Mestre, si attesta al 48,8%, ben sei punti superiore al dato ufficiale del 42,5%. Il valore evidenzia, anche quest’anno, come il fisco italiano sia troppo oneroso e continua a rappresentare il vero ostacolo alla possibile ripresa economica del Paese.   In cosa differisce il dato ufficiale da quello calcolato dalla Cgia? Ricordiamo che la pressione fiscale è il rapporto tra le entrate fiscali e il Pil prodotto in un anno. L’Associazione Artigiani e Piccole Imprese di Mestre ha rimosso dal Pil tutte quelle entrate che non producono alcun gettito nelle casse dello Stato, vale a dire l’economia sommersa e le attività illegali che ammontano – nell’ultimo dato utile, quello del 2014 – a 211 milioni di euro.   In questo modo, la pressione fiscale effettivamente calcolata considera tutti coloro che, effettivamente, versano regolarmente tutte le imposte: i lavoratori dipendenti, gli autonomi, i pensionati e le imprese che ottemperano regolarmente ai pagamenti al fisco.   L’alto livello di tassazione, ritenuto insopportabile, allontana gli investitori e testimonia la necessità di adottare una politica economica innovativa ed attuare profonde riforme che mirino, innanzitutto, alla semplificazione, alla riduzione delle imposte indirette, alla certezza della tassazione.   Solo con la riforma fiscale l’Italia può tornare ad essere un Paese dove investire, dove poter lavorare serenamente per migliorare la qualità della vita delle famiglie. Creare ed investire nella crescita imprenditoriale è diventato difficilissimo: un dipendente costa al proprio datore di lavoro una cifra pari allo stipendio netto che deve elargire. La burocrazia non fa altro che complicare le cose, rendendo meno chiari pagamenti e scadenze. Una riorganizzazione fiscale, che sappia anche ascoltare il cittadino e gli addetti ai lavori, è caldamente auspicabile e deve essere messa in agenda con urgenza.

I media tedeschi hanno falsificato la realtà sull’emergenza migranti

L’accusa è gravissima, e proviene da fonti decisamente autorevoli. I principali giornali tedeschi, nel periodo 2015-2016, hanno deliberatamente falsificato la realtà sul fenomeno dell’emergenza migranti, supportando appieno il punto di vista della Merkel e della cultura dell’accoglienza indiscriminata. La notizia nasce da uno studio condotto dalla Fondazione Otto Brenner, in connubio con l’Università di Lipsia e la Hamburg Media School, coordinati dal professor Michael Haller. Ne “La crisi dei rifugiati sui media”, il team di esperti ha analizzato oltre 30mila articoli delle principali testate giornalistiche nazionali (non televisive). Nel periodo 2015-2016, proprio quando la Merkel legittimava la massima apertura verso l’immigrazione, nessun media ha mai mostrato, neanche in modo marginale, i timori, le preoccupazioni e le resistenze della popolazione tedesca. Chi si mostrava in disaccordo, veniva automaticamente etichettato come xenofobo, razzista, intollerante o snob. Un fatto davvero grave, che dimostra ancora una volta come la stampa sia, da sempre, manipolata ad arte con precise finalita. Basti pensare come, nel periodo in esame, l’analisi ha rilevato come pubblicazioni relative ad interviste o report sul pensiero della popolazione siano state inferiori al 10%, e che, tra i personaggi autorevoli intervistati, il 66% sia stato favorevole all’immigrazione. Mentre la popolazione, giustamente, viveva le proprie perplessità sull’argomento, la stampa trasformava la parola “Accoglienza” in un vero e proprio obbligo morale. Come già visto in italia, gli esperti hanno proferito come “i tedeschi abbiano bisogno di centinaia di migliaia di lavoratori per contrastare l’invecchiamento della popolazione”. Nella gente è cresciuto lo scetticismo e i dubbi,  ma sono stati abilmente nascosti ad arte. L’informazione è stata manipolata ad arte, favorendo in qualche modo l’immgrazione indotta e privilegiando il “sentimento buonista” senza anteporre possibili critiche, o dando voce a chi avrebbe potuto criticare il sistema. Com’è, invece, la situazione in Italia? Probabilmente, un’inchiesta del genere offrirebbe risultati analoghi. Tuttavia, la storia dirà se questo epocale fenomeno migratorio del terzo millennio fa parte della Cultura dell’accoglienza, o è inquadrabile in una nuova, tristissima “tratta degli schiavi”.

Fermata la nave dell’Ong tedesca per presunti contatti con scafisti e associazioni di trafficanti

La Guardia Costiera ferma la nave tedesca Iuventa, della Ong tedesca Jugend Rettet, condotta poi nel porto di Lampedusa per specifici accertamenti da parte della squadra mobile di Trapani. La Procura di Trapani ha chiesto al gip il sequestro dell’imbarcazione. Questi i primi risultati dell’inchiesta condotta dai magistrati del capoluogo siciliano, con i pm Ambrogio Cartosio ed Andrea Tarondo, relativa ai rapporti tra l’equipaggio delle Ong e alcuni presunti scafisti. L’indagine è stata aperta nel 2016 al termine di uno sbarco, quando migranti ed alcuni scafisti hanno rivelato i contatti diretti con l’equipaggio della Ong tedesca e le associazioni di trafficanti. Le supposizioni degli investigatori hanno trovato conferme nei tabulati telefonici e nelle intercettazioni relative ai cellulari degli scafisti. Tra l’altro, la nave di Jugend Rettet non aveva firmato e sottoscritto il protocollo di comportamento chiesto dal Viminale e sintetizzato in 13 punti, che prevedeva, tra l’altro, di non entrare nelle acque libiche, di trasmettere in ogni caso il segnale di identificazione, di cooperare ed essere leale con le autorità presenti sul territorio ove operano. I rappresentanti delle le Ong contrarie al protocollo hanno espressamente dichiarato di non averlo sottoscritto per motivazioni ben precise: “non segue i principi umanitari della nostra organizzazione. Per noi il punto più controverso è il dover aiutare la polizia italiana nelle indagini e la presenza di ufficiali armati a bordo”. La situazione di estrema emergenza che sta coinvolgendo il nostro Paese necessita di misure di sicurezza straordinarie e controlli mirati a tutti coloro che possano in qualche modo favorire le migrazioni.  Oggi è sempre più importante distinguere tra profughi e semplici immigrati. Il problema persiste e diventa ogni giorno più evidente: mentre l’UE si è dimostrata sensibile al problema della ripartizione dei profughi, i migranti (95% degli sbarchi) non viene ripartito, e permane a lungo sul nostro territorio. L’indagine della Procura di Trapani evidenzia la necessità di una politica estera mirata a respingere le ondate migratorie e la piena regolamentazione delle Ong, che non dovrebbero mai agire in acque internazionali senza la specifica autorizzazione delle autorità governative.

Strage di Bologna, alcune importanti rivelazioni sulla pista Palestinese

La Storia recente della Repubblica è macchiata da tanti punti oscuri, legati a vicende che, tutt’oggi, non hanno mai trovato risposta. Tra queste, il più grande attentato terroristico italiano dal dopoguerra, la strage di Bologna.   A distanza di quasi 40 anni, esistono ancora dubbi sulla completa verità di quanto accadde nell’estate 1980. Molti dei protagonisti delle vicende politiche, da Gheddafi agli esponenti dei Servizi Segreti, sono ormai passati alla storia; tuttavia, c’è ancora molto da chiarire.   Esistono dei documenti tutt’ora top-secret del centro Sismi di Beirut, custoditi presso il Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica (Copasir) che potrebbero riscrivere la storia di Bologna e di una delle pagine più oscure dell’Italia anni 80. Una verità che capovolgerebbe la realtà giudiziaria.   A distanza di 37 anni dalla strage, spuntano nuove clamorose prove sulla cosiddetta «pista palestinese», che lo Stato, e i Servizi Segreti, hanno ripetutamente occultato. Nei documenti si fa riferimento alla rottura del cosiddetto «Lodo Moro», stipulato segretamente tra gli 007 ed i Fedayn. Questi ultimi avrebbero evitato attentati in Italia, ottenendo in cambio il transito indisturbato di armi da destinare al terrorismo. Le indagini iniziano nel novembre 1979, quando i Carabinieri rinvengono e sequestrano in Abruzzo missili terra-aria di fabbricazione sovietica. Le indagini portano a Bologna, con l’arresto di Abu Anzeh Saleh, conosciuto anche dal Kgb e rappresentante in Italia del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Saleh è stato più volte coinvolto nei misteri legati ad alcune tra le più importanti pagine oscure della repubblica: fu infatti contattato dai Servizi Segreti Italiani affinché le Brigate Rosse mediassero con l’Olp per la liberazione di Aldo Moro. Tuttavia, ha negato ogni coinvolgimento palestinese nella strage di Bologna.   Secondo i documenti del Sismi, l’arresto dell’arabo residente a Bologna avrebbe violato il «Lodo Moro» ed aperto le porte all’attacco terroristico. Il transito delle testate missilistiche sequestrate era voluto dal leader libico Gheddafi, in accordo con l’Urss, ma il tutto fu tenuto segreto e lontano dall’inchiesta. Nel semestre precedente alla strage sono molti gli avvenimenti, citati nella documentazione top-secret, che dimostrano come l’evento di Bologna possa essere stato causato dal crescente malcontento dell’ala oltranzista dell’Olp nei confronti dell’Italia, colpevole di aver “violato i patti”. Cosa successe poi esattamente? Come si arrivò davvero alla strage? Perché, dopo l’esplosione, si cercò in ogni modo di depistare le indagini?   È il momento di alzare la testa, di affidarci, senza indugi, alla voglia di giustizia: finora, nessuno ha fatto richiesta al Copasir di poter consultare i documenti segreti, di poter riprendere le indagini, già archiviate, sulla «pista palestinese», di voler far luce sulla verità. È giunto il momento di aprire gli occhi. Restare in silenzio significa essere complici degli assassini, ed uccidere, ancora una volta, le ottanta vittime della strage di Bologna.

Macron nazionalizza Stx e Fincantieri precipita in Borsa

Nonostante i tentativi di rassicurazione, i francesi hanno deciso di nazionalizzare Stx:  l’operazione, formalizzata dal Ministro dell’Economia Bruno Maire, è stata un vero e proprio sgarbo all’Italia, che doveva, in base agli accordi, acquisire il 66,6% della società cantieristica, con Fincantieri. Macron, dopo essersi presentato come alfiere del liberismo, rivede senza indugi gli accordi con l’Italia. “I cantieri navali di Saint Nazaire non sono destinati a rimanere sotto il controllo dello Stato”, ha inteso precisare, “Così avremo più tempo per trovare un nuovo partner”. Dopo l’annuncio, il titolo Fincantieri è subito precipitato in borsa, perdendo il 3,86% a Piazza Affari. La Francia sceglie di salvaguardare l’impresa nazionale e, nello specifico, protegge quelle aziende utili a “difendere gli interessi strategici nazionali” come ha recentemente ammesso il leader francese. Non voler dare seguito ad accordi già conclusi è un atto gravissimo:  lo“Schiaffo di Saint-Nazaire” mostra ancora una volta il fallimento del Governo italiano, contro l’azione del governante francese che, in più di un’occasione – dall’emergenza immigrazione, alla politica estera – ha mostrato di dimenticare lo spirito europeista in favore di nazionalismo e protezionismo, esattamente il contrario delle idee politiche manifestate in campagna elettorale. L’ingerenza francese nei confronti degli italiani, in piena violazione della normativa europea sugli aiuti di Stato, potrebbe costare all’Italia fino a 40 miliardi di euro, con perdite di business legate anche al petrolio libico. Macron, nel frattempo, si dimostra decisamente attento ai rapporti con la Libia, ex colonia italiana: riesce a mettere pace i leader libici,  portando a casa applausi dalla comunità internazionale. Per poter realizzare progetti condivisi sono necessarie fiducia e rispetto reciproco, supportati da una classe politica valida che possa con impegno ed entusiasmo, proporre soluzioni anche ai problemi di politica estera. E, soprattutto, con la voglia – che spesso diverse nazioni europee tendono oggi a soffocare – di uscire dalla logica dei confini nazionali.

Israele e la Risoluzione Farsa dell’UNESCO

Nessun politico italiano ha commentato la scelta dell’UNESCO di proclamare con una risoluzione votata venerdì a Cracovia come “siti palestinesi” del Patrimonio Mondiale e “in pericolo”, la Città Vecchia di Hebron e la Tomba dei Patriarchi. Peccato che io ci sia stato il giorno prima e che abbia potuto visitare il secondo luogo sacro dell’ebraismo con il rispetto che ciascun cristiano è solito portare alle religioni altrui. Ho potuto studiare – sempre sul posto – il legame tra la città e l’ebraismo e, soprattutto, osservare quei luoghi. E, proprio da osservatore, pongo tre questioni: – Ero a Hebron in Giudea, in una terra che da millenni non ha cambiato mai nome e il cui significato appare piuttosto chiaro e poco riconducibile a culture diverse da quella ebraica. – Il sito religioso è la Tomba dei Patriarchi, ovvero: Abramo, Sarah, Isacco, Giacobbe e Leah, tutti nomi biblici piuttosto difficili da confondere con Maometto, Allah, Mustafa, Abdul e qualche altro nome di origine araba. – Il luogo dove si trovano le tombe fu comprato dallo stesso Abramo per seppellirvi la moglie. Si tratta quindi di una sorta di “tomba di famiglia” risalente a un migliaio di anni prima della nascita di Maometto. Alla luce di quanto ho visto personalmente mi chiedo se sia la vera missione dell’Unesco quella di attribuire “paternità politiche” discutibili e di grande impatto geopolitico, piuttosto che occuparsi della salvaguardia dei grandi siti storici gravemente compromessi dalle devastanti politiche di distruzione avviate da governi dittatoriali arabi contigui al terrorismo internazionale. La politica estera la si impara “sul posto”: quanti tra ministri e ambasciatori possono dire di aver visto come stanno le cose a Hebron dove io ho passato un’intera giornata non certamente turistica?